Strategia del consenso all’italiana (parte prima): (Dis)Integrati di destra.
Il mutato panorama politico e istituzionale italiano sta influenzando inevitabilmente anche le strategie comunicative dei principali attori partitici: il commissariamento della cosa pubblica da parte dei “tecnici” ha condotto tutte le formazioni politiche a rivedere profondamente posizioni e strategie di propaganda che negli ultimi 15 anni erano rimaste sostanzialmente immutate.
I partiti che tutt’ora appoggiano il governo Monti se ufficialmente parlano di atteggiamento responsabile
dettato dalla criticità del momento storico, al loro interno, invece, si riorganizzano in vista delle elezioni del 2013 cercando di cambiar pelle per non esser travolti dalla montante disaffezione dei cittadini. Svincolati dal peso e dalla responsabilità di decisioni impopolari, applicano l’antica tecnica cerchiobbottista all’italiana, si piegano alle presunte necessità del paese ma non smettono di ammiccare ai sempre più numerosi settori dell’opinione pubblica scettici o palesemente contrari alle misure di Mario&Co.
La posizione più difficile, in un tale contesto, è sicuramente quella del PDL, come dimostra la recente e clamorosa emorragia di consensi registrata alle amministrative. Il partito personale per antonomasia che nel ’94 irruppe nel sistema politico nazionale stravolgendone le fondamenta, si è disgregato più per un inevitabile logoramento che per un’effettiva motivazione politica. Berlusconi era riuscito a costruire una solida base elettorale facendo leva su una serie di stereotipi che da sempre affascinano l’immaginario italiano: il self-made man, l’imprenditore capace, il leader carismatico, il salvatore della patria, da icone irrealistiche si sono trasformate man mano in verità inopinabili grazie a una ridondanza massmediatica senza precedenti. Il fanatismo e la passività nei confronti del potere insiti nel dna della nostra democrazia hanno fatto il resto: quasi venti anni di berlusconismo sono passati senza serie opposizioni, con l’appoggio di alcuni e la connivenza dei più. Il declino della sua parabola, lungi dall’essere determinato dalle arcinote vicende giudiziarie o di gossip, è stato causato da un progressivo deterioramento dei legami di potere fra il “capo” e i suoi seguaci.
La comunicazione berlusconiana di base secondo cui la realtà conta meno dell’asserzione e qualunque opinione può diventare verità se sufficientemente ribadita, è venuta meno negli ultimi mesi del suo governo quando la violenza di una crisi economica (da tempo in atto ma ignorata e persino derisa dalle “voci ufficiali”) ha palesato l’inesistenza di un vero piano politico: a quel punto anche gli “urlatori” più convinti (Gasparri, Santanchè, Brunetta, etc.) hanno perso la foga che li caratterizzava, e le cosiddette voci autorevoli (Letta, per intenderci) per la prima volta hanno mostrato in pubblico dubbi circa le reali possibilità di una legislatura praticamente immobile sin dallo strappo di Fini. Errore irrecuperabile agli occhi di un elettorato che perdona tutto ma non la mancanza di fede.
La cessione del potere, l’ascesa dei tecnici, le voci di dissenso interno, hanno spinto B. (o più probabilmente i suoi più stretti consiglieri) a lasciare la ribalta mediatica passando il testimone al prescelto Alfano: secondo errore, comunicativo oltre che politico. Alfano, che manca del “quid” per stessa ammissione del suo mentore, difetta anche in personalità e credibilità: aspetto cupo, inflessione dialettale chiaramente riconoscibile, insicuro nello stile e nel contenuto, niente a che vedere con il brillante Berlusconi che prometteva nuovi miracoli economici da ogni tubo catodico del paese. Il contesto è cambiato, certo, e lo anche B, invecchiato e provato da un interminabile autunno del patriarca. La sostituzione sugli schermi del leader con un suo pallido burattino, ha deluso anche i più convinti elettori del PDL che, liberi dalla “malia” berlusconiana, hanno disperso il loro consenso sul resto dell’arco politico o su una astensione rassegnata più che di protesta. In tal senso, le ultime amministrative hanno in pratica condannato all’estinzione il partito che detiene ancora la maggioranza relativa in parlamento.
Il PDL è finito, ma non B.
Chiuso nelle stanze delle sue ville, circondato non più da soubrette, ma da massmediologi, sondaggisti e ciarlieri di ogni genere, pensa probabilmente alle ultime mosse di una carriera che in ogni caso sta per concludersi. Chiunque sperava in una normalizzazione del sistema democratico italiano può e deve temere gli ultimi istinti di un animale morente.
Pasquale Vitale
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