Damon Albarn, passione rinascimentale
La strada di Damon Albarn non segue mai una linea retta. Si inerpica in sentieri, stradine buie e nascoste, scava nelle soffitte oppure nelle leggende africane. Esplora a tutto tondo presentando ogni volta qualcosa di nuovo, spiazzante per l’ascoltatore medio eppure ogni opera sulla quale mette lo zampino lascia qualche traccia, fervida testimonianza di una mente creativa che non poteva rinchiudersi nei ritornelli dei Blur.
E così, dall’implosione della band madre (che però sarà ad Hyde Park il 12 agosto per celebrare l’olimpiade londinese) Albarn è stato instancabile: dai Gorillaz ai The good, the bad and the queen (band che ha riunito l’ex Clash Paul Simonon, Simon Torg dei Verve e Tony Allen, celebre batterista di Fela Kuti) fino a complesse colonne sonore e collaborazioni varie. L’ultima, in ordine cronologico, è il tributo all’Afrobeat dei Rocket Juice & the moon, supergruppo che rivede Albarn in compagnia di Tony Allen con l’aggiunta di Flea al basso. Ma tra tante collaborazione è giunto il momento di fare un passo in solitaria, se proprio possiamo definire così Dr. Dee (Parlophone), l’ultimo lavoro (solo in termini di uscita discografica) per il cantante inglese. L’ex Blur, infatti, è accompagnato da un intera orchestra con tanto di coro e strumenti tradizionali del rinascimento inglese. Niente chitarre, batterie e bassi, con Dr. Dee siamo davanti a un’opera classica, in tutto e per tutto, che celebra la figura di John Dee, matematico, geografo e alchimista inglese vissuto alla corte di Elisabetta I. Un’opera uscita non a caso a pochi giorni dai festeggiamenti per il giubileo dell’attuale regnante inglese, Elisabetta II, non tralasciando una dose di polemica nei confronti dell’attuale regina. Albarn realizza un paragone col passato rileggendo, attraverso il personaggio storico, un Inghilterra alle prese con la crisi economica, valoriale e l’assenza di futuro. Appassionato di materie occulte e stregoneria, Dee, ha ispirato molto il mondo della cultura. Le sue gesta le ritroviamo negli scritti di Umberto Eco oppure nei fumetti di Martin Mystere e Dampyr fino ad avere influenzato i testi della band These new puritans. E Albarn non poteva essere da meno, sviscerando la vita di questo personaggio eccentrico e visionario, dedito all’astrologia, all’alchimia e a pratiche magiche. Così come le teorie di Dee, Albarn presenta un disco di non certo facile lettura. Non attendetevi nessun tributo al pop (forse qualche passaggio radiofonico “Marvelous dream” se lo merita), l’orchestra fa il suo ruolo in queste 18 composizioni che Albarn stesso ha definito di “strano folk pastorale” con brevi tratti etnici distribuiti con perizia grazie alla presenza della kora tra la strumentazione. Dall’organo solenne di “The golden dawn” si passa alla malinconica “Apple carts” col suo languido spirito rinascimentale. Lo spazio onirico rivive in “Moon song” e “Saturn” per catapultarci in Africa con la percussiva “Preparation”, sperimentazione che funziona male, però, in “9 points stars”. Il rinascimento torna in “The Cathedrals” per chiuderesi in sordina con il cinguettio di “The Dancing king”. Albarn fa di tutto per non schiacciare l’orchestra, si pone al suo servizio mostrandosi discreto in quest’opera che lui, comunque, ha scritto. Non pecca di megalomania, la sua è una mente instancabile e attiva. Non siamo a livelli geniali (paragoni con Zappa sono fin troppo distanti). Nonostante l’orchestra, nell’ex leader dei Blur, la fiamma pop brucia ancora, pronta ad accendersi in ogni passaggio vocale. Questo è un bene, non resta che attendere la sua prossima incarnazione.
Pierpaolo De Lauro
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