Frankenweenie, Tim Burton riscopre se stesso
Finalmente è tornato in sé. Tim Burton da un po’ di anni aveva perso il suo smalto e l’immaginario a cui ci aveva abituato con Nightmare before Christmas, La Sposa cadavere, ma aggiungerei anche Edward mani di forbice e il fondamentale Ed Wood, era scomparso a scapito di lavori appannati come Alice in wonderland a Dark shadows. Nulla era rimasto della sua poetica e del suo estro creativo. Per riprendere a pieno la carriera, il regista californiano non poteva che rituffarsi nel passato andando a scavare fino al lontano 1984.
Proprio in quell’anno Burton ha realizzato un corto col titolo di Frankenweenie che oggi ripropone sotto forma di lungometraggio (in Italia al cinema dal 17 gennaio) realizzato con la tecnica dello stop motion. Seppur riletto e riprodotto il Frankenweenie del 2013 conserva magia e purezza. Victor è un giovane scolaro appassionato di scienza. Vive da sempre con il suo cane Sparky. La vita scorre serena finché il cagnolino non finisce sotto un auto. A questo punto Victor decide di mettere in pratica tutte le sue conoscenze scientifiche per riportare in vita la povera bestiola. Sparky diventa un nuovo Frankenstein, con tanto di coda e orecchie cucite e bulloni che fuoriescono dal collo. Il ragazzo decide di nascondere a tutti il ritorno in vita del suo amico finché dei compagni impiccioni non scoprono il mistero e decidono di ripetere l’esperimento. Ma questa volta la scienza genera mostri.
La rilettura del capolavoro di Mary Shelley riesce molto bene, forse a tratti si nota il peso della Disney nello smorzare alcuni lati più macabri della vicenda. La scienza è la vera protagonista del film. Victor riesce ad agire con la mente e col cuore, per questo il suo esperimento è riuscito. Il popolo di New Holland si scaglierà contro Mr. Rzykruski il maestro di scienza con le fattezze di Vincent Price e la voce, nella versione originale, di Martin Landau. Per il resto il film è un’insieme di citazioni da scoprire e amare. La stessa ambientazione in un’America anni Cinquanta, ma in realtà senza tempo, sembra perfetta per contenere la storia. New Holland è un posto magico costruito su un cimitero e dove ogni notte un temporale elettrizza l’aria. I genitori di Victor la sera sul divano guardano il Dracula con le fattezze di Christopher Lee e nella storia non è presente nessun ritrovato fantasmagorico, nessun computer, solo cervello e taccuini ed esperimenti che si verificano sul campo. Fin qui i lati positivi ma, come la storia stessa nel film, c’è un lato oscuro. Il 3D, ovviamente, risulta inutile e sembra solo una trovata della Disney per spillare più soldi agli spettatori; la cura maniacale c’è ma sarebbe stato bello vedere un lavoro più orientato agli adulti, senza un taglio vagamente disneyano che si dipana tutto nel lieto fine. Comunque la candidatura all’Oscar per miglior film di animazione è meritata, ogni personaggio pone le basi per un sequel a partire da Stranella col suo gatto in grado di prevedere strani accadimenti attraverso le feci. La stessa banda di ragazzi, un po’ bulli un po’ disadattati, si presta a vari approfondimenti. Per fortuna che Burton è tornato, il suo mondo c’è ancora e speriamo che duri.
Pierpaolo De Lauro
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