Sei parole per l’arte: le Emozioni
Si è svolto ieri, 4 marzo, nell’auditorium del MADRE, il consueto appuntamento dedicato all’approfondimento delle tematiche dell’arte contemporanea. Il ciclo di conferenze, organizzato da Maurizio Ferraris, professore di filosofia teoretica presso l’Università degli Studi di Torino, sta riscuotendo un notevole successo, come dimostrato dal numero, sempre crescente, di pubblico interessato. Al centro dell’ultimo dibattito, sono state le Emozioni: ne hanno parlato Ferraris e lo scrittore Mauro Covacich, introdotti da Pierpaolo Forte.Secondo il presidente della Fondazione Donnaregina, punto saliente degli incontri deve essere il dialogo: una discussione dinamica sulle parole chiave dell’arte contemporanea, un campo tanto vasto quanto criptico, è fondamentale per fornire ipotesi di lettura e spunti di riflessione originali.
“L’eroe di questa sera è l’amigdala”, ha proseguito Ferraris, in quanto è ritenuta la vera banca dati della memoria emozionale. I segnali esterni, percepiti dagli organi di senso, passano per il talamo e arrivano, quindi, all’amigdala che dà il via ad un processo complesso e fondamentale. Analizza ogni situazione, la confronta con le esperienze passate e dispone i meccanismi del corpo per reagire a tali stimoli, ancor prima della corteccia che, invece, è la parte del cervello deputata al pensiero razionale. Anche le opere d’arte, in quanto oggetti reali, devono essere esperite dai sensi e, proprio grazie all’attività dell’amigdala, vengono interpretate emotivamente e catalogate.
Una mappa emozionale, insomma, che presenta tre centri principali, il piacere, il desiderio e il dolore, dai quali si diramano tutte quelle migliaia di sfumature, dalla paura alla rabbia, dalla commozione al riso, che sono poi alla base della vita sociale.
L’empatia, ad esempio, è quel sentimento che mette in relazione le persone e che, in un dialogo, dà facoltà di interpretare, più o meno correttamente, le parole ed i gesti, per capire le intenzioni altrui.Neologismi come mind reading o mindsight, indicano proprio la precisione empatica, ovvero, l’abilità soggettiva di comprendere la morfologia emotiva di qualcuno, attraverso il modo di rapportarsi con l’interlocutore. In questo senso, l’arte, attraverso il filo conduttore dell’emozione, può essere una via di conoscenza.
La nostra epoca vive di un dissidio fondamentale: da una parte c’è il filone dell’arte concettuale che, con la sua preferenza per le espressioni dirette, per i materiali freddi e tecnici, ha relegato l’emozione ad un piano secondario; dall’altra, c’è il filone della produzione emotiva di massa, delle riviste scandalistiche e dei talk show, che propinano un campionario di sentimenti a largo uso e consumo. Il nesso tra emozione ed arte, però, è sempre stato profondo e, a ben guardare, come ha sottolineato Ferraris, “è alla base dell’estetica occidentale”.
Aristotele, nella sua fondamentale Poetica, faceva riferimento alla catarsi quale elemento fondamentale per la fruizione estetica: osservare la rappresentazione degli eventi di una tragedia era un momento di purificazione. Il pubblico, ammirando l’accurata finzione scenica, entrava a far parte di un congegno paradossale, per quel patto meraviglioso che, da sempre, lega la platea con il palcoscenico.
La mimesis di un evento luttuoso, dunque, è fondamentale per esorcizzare le paure e le debolezze, tanto per l’epoca classica, quanto per l’era contemporanea. Basti pensare alla grande produzione di film horror, fino alla deriva splatter, che ha conquistato una parte sempre crescente nella programmazione cinematografica. L’arte, dunque, ha sempre presente quell’elemento mimetico che, a seconda degli andamenti culturali, può avere più o meno peso specifico ma, in ogni caso, punta a suscitare delle forti emozioni.
In questo senso, la creazione artistica, dalla letteratura alla figurazione, è conoscenza: una “biblioteca delle emozioni”, secondo Carola Barbero, scrittrice e ricercatrice presso l’ateneo di Torino, espressamente citata da Ferraris. Il lettore o l’osservatore di un opera devono decifrare un messaggio, per “far funzionare” l’opera stessa attraverso un processo di immedesimazione e riflessione che, inevitabilmente, conduce ad un grado di conoscenza profondo. La partecipazione emotiva alla Recherche di Proust, come ai tagli di Fontana, allora, è un atto fondamentale, per capire non solo la poetica degli autori ma anche il proprio mondo interiore. E’ il motivo per il quale i poemi classici, con il loro carico di emozioni forti, appassionano ancora e scatenano discussioni.
Il ruolo delle emozioni, allora, è fondamentale anche nelle questioni di etica, in quanto i codici di comportamento espressi nella finzione della narrazione possono essere interpretati dal soggetto e legati alla vita quotidiana. Basti pensare a quanto il celebre Bacio di Hayez abbia influenzato generazioni di amanti. Anche nella psicanalisi, il fattore emotivo è strettamente legato alla conoscenza. Freud, analizzando i comportamenti dei reduci della Prima Guerra Mondiale, nella sua opera del 1919 Al di là del principio di piacere, teorizzò la rielaborazione di quegli eventi traumatici in alcun modo riconducibili al piacere, come un tentativo estremo di comprensione: come se per comprendere e, conseguentemente, controllare un evento emotivamente esorbitante, si creasse la necessità di riviverlo ripetutamente.
A questo punto, la parola è passata a Covacich, che ha fatto riferimento a quella che “è la pratica artistica più emotiva, ovvero, quella delle performance”. Secondo lo scrittore triestino, infatti, l’inafferrabilità delle emozioni sarebbe alla base delle performance che segnano il passaggio definitivo e decisivo per l’arte contemporanea: dall’oggetto all’evento. La performance, per sua natura, è momentanea e ha senso esclusivamente nella mitologia della sua transitorietà. La documentazione materiale dell’evento è un surrogato, dovuto alle esigenze di trasmettere l’opera. A questo proposito, secondo Covacich, preferibile rispetto alla fotografia e al filmato, sarebbe il racconto orale, secondo una tradizione leggendaria ed atavica ma vicina al carattere originale, quasi mistico, della performance.
I performers più famosi, da Marina Abramovich a Joseph Beuys, fino ai contemporanei Pippa Bacca e Fernando Prats, hanno creato le loro azioni per celebrare momenti transitori, irripetibili al di fuori della cornice, tanto fisica quanto emozionale, entro la quale sono stati concepiti. L’accadimento puro è al centro dell’attenzione e, attraverso un tasso emotivo altissimo, si vuole arrivare ad un’emozione apicale, una narrazione che coinvolga e faccia riflettere.
Covacich cita Lovers: una performance che vuole celebrare un momento significativo, emozionante: l’incontro, dopo un cammino solitario di tre mesi, tra la Abramovich e il suo compagno Ulay, partiti dai due capi opposti della muraglia cinese. In generale, però, tutte le performance hanno una notevole cifra emotiva, proprio per instaurare un dialogo attivo con il pubblico. Basti pensare a I like America and America likes me, tre giorni durante i quali Beuys si rinchiuse in una camera della galleria Rene Block, insieme ad un coyote, simbolo puro dell’America dei nativi. La convivenza tra l’artista e l’animale selvaggio divenne il centro della performance, mentre il corpo dei due, evidentemente provato dopo tre giorni di isolamento, fu la materia che compose l’opera.
Un contenuto emotivo portato all’estremo, continua Covacich, era espresso da Shot. Chris Burden, nel 1971, fece da bersaglio ad un suo amico. Gli attimi drammatici, ripresi in Super 8, durante i quali l’artista aspetta il colpo di fucile che lo ferirà ad un braccio, sembrano surreali. A cadere, questa volta, tutta la mediazione del falso scenico che, invece, interviene, nella tragedia. Burden offriva il suo braccio come una vittima sacrificale ma non c’era un coro, anche se, presumibilmente, dovevano assistere varie persone, non c’era un Deus ex machina, anche se immediate furono le cure del caso.
In alcuni casi, però, la performance può diventare episodio reale di cronaca nera, come successe per Pippa Bacca, durante Spose in viaggio, nel 2008. L’artista partì da Milano, vestita da sposa, per attraversare, in autostop, 11 Paesi, teatro di conflitti armati. Offrendosi indifesa al mondo, da una parte voleva dimostrare la sua fiducia nell’umanità, dall’altra, con il bianco vestito da sposa, inseriva un elemento disturbante nel panorama visivo quotidiano. Arrivata ad Istambul, però, fu violentata ed uccisa. Il caso suscitò grande clamore e riaprì il dibattito sulla violenza femminile e sui diritti delle donne. Le emozioni, allora, nonostante le infinite declinazioni che, strada facendo, hanno modellato la creazione artistica, sono rimaste al centro degli interessi perché, in fondo, rimangono l’elemento più genuinamente umano.
Mario Francesco Simeone
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